| 1 - Vittorio Emanuele III | Vittorio Emanuele III, figlio di Umberto I e di Margherita di Savoia, salì al trono improvvisamente dopo la morte del padre per mano dell' anarchico G. Bresci, nel luglio 1900.
L'inizio del suo regno, piuttosto lungo, apertosi in modo così tragico, accese speranze di pacificazione nella tormentata vita politica, soprattutto dopo la chiamata al governo di Giuseppe Zanardelli, fautore di un processo di distensione interna, che chiuse definitivamente la crisi di fine secolo e avviò un lungo periodo liberale e progressista, grazie anche all'azione di Giovanni Giolitti, ministro dell'interno.
Dopo la morte di Zanardelli, il pieno accordo tra Vittorio Emanuele e Giolitti favorì la permanenza di quest'ultimo al vertice del potere per 10 anni, quasi ininterrotamente. Il re, lasciata carta bianca al governo per la politica interna, si interessò più attivamente, secondo la tradizione di famiglia, a quella estera, tenendo atteggiamenti flessibili e dinamici: rimase fedele alla Triplice alleanza, ma sollecitò anche un avvicinamento alla Francia e alla Gran Bretagna; inoltre fu favorevole alla guerra contro la Turchia per la conquista della Libia.
Scoppiata la prima guerra mondiale agì in modo da favorire l'intervento dell'Italia: il 16 maggio del 1915 respinse le dimissioni del gabinetto di Salandra, interventista, e partì all'inizio delle ostilità per il fronte, lasciando come luogotenente del regno lo zio Tommaso (da qui l'appellativo di re soldato e successivamente re vittorioso). In guerra, tuttavia, lasciò il comando delle operazioni ai capi di stato maggiore, limitandosi a favorire la sostituzione del maresciallo Luigi Cadorna con Armando Diaz ed a rassicurare gli alleati sulla possibilità della resistenza italiana dopo la rotta di Caporetto (convegno di Peschiera 1917).
La crisi dell'immediato dopo guerra lo vide convinto che fosse possibile riprendere la politica giolittiana, nonostante le forti spinte eversive del socialismo e dell'appena sorto movimento fascista, verso il quale all'inizio nutrì una scoperta ostilità, anche per la dichiarata pregiudiziale repubblicana di molti esponenti fascisti. Venuta a cadere la pregiudiziale repubblicana di Mussolini (discorso di Udine 1921) e messo di fronte al rischio di una guerra civile, in occasione della marcia su Roma (ottobre 1922), Vittorio Emanuele III preferì non firmare il decreto di stato di assedio, che avrebbe sgominato le organizzazioni fasciste, e anzi affidò il compito di formare il nuovo governo a Mussolini.
Egli pensava probabilmente che il fascismo sarebbe stato facilmente riassorbibile, ma non si dissociò da esso neanche in occasione della crisi seguita al delitto Matteotti e della successiva instaurazione della dittatura, soddisfatto dell'ordine interno che il regime garantiva al paese.
Nei venti anni del regime fascista Vittorio Emanuele III accettò di buon grado gli onori e i titoli ( imperatore di Etiopia, re d'Albania ) tributatigli dal fascismo, ma fu esautorato da qualsiasi esercizio del potere e relegato a ruoli puramente rappresentativi e inficiati dalla sempre maggiore invadenza mussoliniana.
Non si oppose neanche all'entrata in guerra al fianco della Germania, cui era contrario, e cedette a Mussolini il ruolo di comandante supremo delle forze armate. Nonostante le pressioni che da più ambienti venivano esercitate su di lui per una svolta politica, decise di agire solo nel luglio 1943, quando la situazione militare era precipitata dopo lo sbarco americano in Sicilia.
Aiutato anche dal voto sfavorevole a Mussolini del Gran consiglio fascista, fece arrestare il duce sostituendolo alla presidenza del consiglio con il generale Badoglio, con il quale condivise le responsabilità per le successive decisioni: proseguimento della guerra a fianco dei tedeschi, e rovesciamento di fronte, dopo l'armistizio dell'8 settembre.
A quella data Vittorio Emanuele abbandonò Roma con il governo e si rifugiò a Brindisi, rifiutando il consiglio, ormai unanime, di abdicare.
Solo nell'aprile del 1944 si decise ad affidare la luogotenenza del regno al figlio Umberto, e finalmente ad abdicare il 9 maggio 1946, poco prima del referendum istituzionale, allo scopo di condizionarlo. Ritiratosi ad Alessandria d'Egitto vi morì l'anno successivo. |
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